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Archivio Gennaio 2007

Einstein e la scuola

30 Gennaio 2007 Commenti chiusi


Leggendo un libro di Albert Einstein ho trovato delle sue interessanti considerazioni sulla scuola e l?istruzione, che vale proprio la pena di leggere.

- Albert Einstein -
Sull?istruzione
- Dal libro: ?Einstein. Pensieri, idee, opinioni?

?La scuola è sempre stata il mezzo più importante per tramandare da una generazione all?altra la ricchezza della tradizione.
Oggi questo è ancora più vero che nel passato perché, attraverso il moderno sviluppo della vita economica, la famiglia, come portatrice della tradizione e dell?istruzione, si è indebolita.
La continuazione e la salute della società umana dipendono quindi in grado ancora più elevato che in passato dalla scuola.
A volte si considera la scuola semplicemente come lo strumento con cui trasferire la massima quantità di conoscenza alla nuova generazione.
Ma questo non è giusto.
La conoscenza è morta; la scuola, invece, serve ai vivi.
Essa dovrebbe sviluppare nei giovani quelle qualità e capacità che risultano utili al benessere della comunità.
Ma questo non significa che si dovrebbe distruggere l?individualismo e che l?individuo debba diventare un mero strumento della società, come un?ape o una formica.
Infatti una società di individui omologati, privi di una propria originalità e di propri obiettivi sarebbe una comunità povera, senza possibilità di sviluppo.
Al contrario, si deve tendere alla formazione di individui che agiscano e pensino in modo indipendente, pur vedendo nel servizio della comunità il proprio più alto compito vitale.

Ma come si dovrebbe cercare di raggiungere questo ideale?
Ci si dovrebbe forse sforzare di conseguirlo mediante discorsi moralistici?
Nient?affatto.
Le parole sono e restano vacui suoni, e la strada per la perdizione è sempre stata accompagnata da finte proclamazioni di devozione a un ideale.
La personalità non si forma con quello che si sente e si dice, ma con l?applicazione e l?azione.
Il metodo di educazione più importante, di conseguenza, si è sempre fondato su ciò che l?alunno era spronato a eseguire effettivamente.
Questo vale tanto per i primi tentativi di scrittura degli alunni delle classi primarie quanto per l?elaborazione della tesi del laureando universitario, o per la mera memorizzazione di una poesia, la composizione di un tema, l?interpretazione e traduzione di un testo, la soluzione di un problema matematico o l?esecuzione di esercizi fisici.
Ma alla base di ogni risultato sta la motivazione che l?ha prodotto, a sua volta rafforzata e nutrita dal compimento dell?impresa.
Qui possono riscontrarsi le più grandi differenze, che sono della massima importanza per il valore educativo della scuola.
Lo stesso lavoro può trarre la propria origine dalla paura e dalla costrizione, da un ambizioso desiderio di autorevolezza e di distinzione o da un appassionato interesse per l?oggetto del lavoro unito a un desiderio di verità e di conoscenza, e così dalla divina curiosità che appartiene a ogni bambino sano, ma che così spesso si indebolisce precocemente.
L?influenza educativa che l?esecuzione di uno stesso lavoro esercita sull?alunno può cambiare in modo rilevante a seconda che alla sua base vi siano la paura della punizione fisica, la passione egoistica o il desiderio di ottenere piacere e soddisfazione.
E nessuno vorrà sostenere che l?impostazione della scuola e l?atteggiamento degli insegnanti non abbia riflessi sulla formazione del fondamento psicologico degli alunni.

? La seconda motivazione, l?ambizione o, in parole più semplici, il mirare al riconoscimento e alla considerazione del proprio operato, è saldamente insita nella natura umana.
In assenza di stimoli mentali di questo tipo, la cooperazione umana sarebbe del tutto impossibile; il desiderio di essere approvati dal nostro prossimo è certamente una delle forze di aggregazione più importanti della società.
In questa commistione di sentimenti, le forze costruttive e distruttive si collocano strettamente vicine.
Il desiderio di approvazione e di riconoscimento è una motivazione salutare; ma il desiderio di essere riconosciuti come migliori, più forti o più intelligenti dei nostri simili o di un compagno di classe conduce facilmente a un assetto psicologico eccessivamente egocentrico, che può risultare nocivo per l?individuo e per la società.
Perciò la scuola e l?insegnante devono guardarsi dall?impiegare il facile metodo di stimolare l?ambizione individuale per indurre gli alunni alla diligenza.

Molti hanno citato la teoria darwiniana della lotta per l’esistenza e della selettività ad essa connessa per legittimare l’incoraggiamento dello spirito di competizione.
Allo stesso modo altri hanno cercato di dare una motivazione pseudoscientifica alla necessità di una distruttiva lotta economica nella competizione tra gli individui.
Ma questo è sbagliato, perché l’uomo, nella lotta per l’esistenza, deve la propria forza esattamente al fatto di essere un animale sociale.
E una battaglia tra i singoli membri di una comunità umana sarebbe altrettanto poco essenziale per la sopravvivenza che quella tra le singole formiche di un formicaio.

Perciò si dovrebbe guardare dal raccomandare ai giovani il successo, nel senso in cui lo si intende comunemente, come scopo della vita.
Perché l’uomo di successo è quello che riceve moltissimo dal proprio prossimo, in genere incomparabilmente di più di quanto corrisponda al servizio da lui prestato ad esso.
Il valore di un uomo, invece, va ravvisato in ciò che dà, non in ciò che riesce a farsi dare.

La motivazione più importante dell’attività nella scuola e nella vita è il piacere del lavoro, il piacere dei suoi risultati e la consapevolezza del valore di tali risultati per la comunità.
Vedo il più importante compito svolto dalla scuola nel destare e consolidare di tali forze psicologiche nel giovane.
Soltanto un fondamento psicologico di questo tipo conduce a un gioioso desiderio dei più alti beni umani: la conoscenza e la capacità artistica.

Il risveglio di queste proficue forze psicologiche è certamente meno agevole della pratica della costrizione o della stimolazione dell’ambizione individuale, ma per ciò stesso tanto più apprezzabile.
L’importante è sviluppare l’inclinazione fanciullesca al gioco e il desiderio fanciullesco di essere apprezzati e indirizzare il bambino ad attività socialmente importanti; è il tipo di educazione che si fonda, principalmente, sul desiderio di un’attività che abbia successo e venga apprezzata.
Se la scuola riesce a funzionare felicemente da questo punto di vista, la generazione che si sta formando saprà onorarla debitamente e accogliere come una sorta di dono le attività da essa proposte.
Ho conosciuto bambini che preferivano il tempo trascorso a scuola alle vacanze.

Una scuola del genere richiede che l’insegnante sia una specie di artista nel proprio ambito.
Che cosa si può fare per diffondere questo spirito nella scuola?
Non esistono per questo rimedi universali come non ne esistono per un individuo che voglia mantenersi in salute.
Ma esistono certe condizioni necessarie che si possono soddisfare.
Prima di tutto, gli insegnanti dovrebbero formarsi in scuole di questo tipo.
Secondariamente, all’insegnante dovrebbe essere concessa ampia libertà di scelta del programma e dei metodi di insegnamento.
Perché il discorso che la coercizione e la pressione esterna uccidono il piacere di dare forma al proprio lavoro è vero anche per lui.
Se avete seguito attentamente le mie riflessioni fino a questo punto, probabilmente vi stupirete di una cosa.
Ho parlato diffusamente dello spirito in cui, a mio avviso, si dovrebbe istruire la gioventù.
Ma non ho ancora detto nulla sulla scelta delle materie da insegnare, né sul metodo d’insegnamento.
Dovrebbe prevalere l’educazione linguistica o l’istruzione tecnico-scientifica?

Ecco la mia risposta: secondo me tutto questo è di secondaria importanza.
Se un giovane ha esercitato i propri muscoli e migliorato la propria resistenza fisica con la ginnastica e il moto, in seguito sarà adatto a ogni lavoro fisico.
Altrettanto si può dire per l’addestramento della mente e la coltivazione delle capacità mentali e manuali.
Per cui non sbagliava quell’arguto che definì l’istruzione nel seguente modo: <>.
Per questa ragione non sono affatto ansioso di schierarmi da alcuna parte nella contesa tra i fautori della classica istruzione filologico-storica e quelli di un’istruzione maggiormente imperniata sulla scienza naturale.

D’altro canto, sono contrario all’idea che la scuola debba insegnare direttamente quelle competenze particolari e quelle specificità che si dovranno poi impiegare direttamente nella vita.
Le esigenze della vita sono troppo multiformi perché una scuola possa permettersi un tale addestramento specialistico.
A parte ciò, mi sembra oltretutto discutibile trattare l’individuo alla stregua di uno strumento inerte.
La scuola dovrebbe sempre tendere a sfornare giovani dalla personalità armonica, non degli specialisti.
Il che, a mio avviso, vale in un certo senso anche per le scuole tecniche i cui studenti si dedicheranno a una professione del tutto specifica.
Bisognerebbe sempre dare la priorità allo sviluppo di una capacità generale di pensiero e di giudizio indipendente, non all’acquisizione di una competenza specialistica.
Se una persona padroneggia i fondamenti della materia e ha imparato a pensare e a lavorare in modo indipendente, sicuramente se la caverà e sarà inoltre più capace di adeguarsi al progresso e ai cambiamenti di una persona il cui addestramento sia consistito principalmente nell’acquisizione di una conoscenza dettagliata.

Voglio evidenziare ancora una volta, infine, come ciò che qui è stato detto in forma alquanto categorica non pretenda in realtà di essere altro che la personale opinione di un uomo, fondata esclusivamente sulla sua particolare esperienza di studente e di insegnante.?

Cosa fare del TFR ??? Sentiamo un esperto

17 Gennaio 2007 3 commenti


Perché no ai fondi pensione

È PRUDENTE TENERSI BEN STRETTO IL TFR

Per il professor Beppe Scienza, la previdenza complementare non garantisce il potere d?acquisto delle somme versate.

Intervista a Beppe Scienza, docente di Metodi e modelli per la pianificazione economica all’Università di Torino e autore del libro «Il risparmio tradito».

- Che cos?è che non va nella legge sulla destinazione del Tfr alla previdenza complementare?
«Oltre alla subdola clausola del silenzio-assenso, soprattutto una grave disparità di trattamento: chi tiene il Tfr nella forma attuale potrà sempre cambiare idea; chi passa alla previdenza complementare, non potrà mai tornare sui suoi passi. Poi ci sono vere e proprie assurdità».

- Ci faccia un esempio…
«Nei fondi pensione chiusi piazzeranno i propri uomini (e donne) sia i sindacati sia le aziende. Ma qui la concertazione non ha nessun fondamento: i soldi nei fondi spettano solo ai lavoratori che aderiscono. Che cosa c?entrano i datori di lavoro?».

- Eppure è una legge che gode di un largo consenso?
«Diciamo pure che è un esempio da manuale di un provvedimento cosiddetto bipartisan: il Governo Prodi ha anticipato in fretta e furia la riforma Maroni-Tremonti, praticamente senza cambiarne una virgola».

- Ma nella sostanza conviene tenersi il Tfr o aderire a un fondo pensione?
«Per chi entra ora nel mondo del lavoro, rinunciare al Tfr vuol dire non ricevere più la liquidazione nel momento in cui venisse licenziato: già questo è molto grave. Per tutti significa che, all?età della pensione, almeno metà del capitale nel fondo sarà obbligatoriamente convertito in una rendita a condizioni decise da altri. In ogni caso è prudente tenersi ben stretto il Tfr finché non esistono fondi che garantiscano il potere d?acquisto delle somme versate».

- Quali garanzie abbiamo che la gestione dei fondi sia trasparente?
«La legge sulla previdenza complementare non impone nessuna particolare trasparenza, per cui è scontato che essa sarà ancora minore rispetto a quella (quasi nulla) dei fondi comuni d?investimento».

- È vero che la pensione integrativa sarà liquidata un giorno da una compagnia di assicurazioni?
«Potrebbe anche essere lo stesso fondo pensione a farlo. In entrambi i casi si corrono rischi d?insolvenza, perché non esiste nessun fondo di garanzia, come invece per i soldi depositati in banca».

- Chi ci guadagna di più dai fondi pensione: il lavoratore o il gestore?
«Il gestore ci guadagna comunque vadano le cose. Il rischio è scaricato tutto sul lavoratore, che può guadagnarci o rimetterci anche molto. Il vero vantaggio del Tfr non risiede comunque in un?alta redditività, ma in un?elevata sicurezza».

- Ma i fondi pensione possono anche fallire?
«No, ma in situazioni come quelle degli anni Settanta, un fondo azionario perderebbe anche il 75 per cento del suo valore reale. In un caso simile i ¾ della pensione integrativa andrebbero in fumo. Il limite di tutta la previdenza complementare è l?assenza di garanzie in termini reali, mentre il Tfr difende egregiamente il potere d?acquisto delle somme accantonate».